Archivio mensile:giugno 2013

Phersu. Il sanguinario Arlecchino degli etruschi

Intorno al 530 a.C. compare nelle tombe dipinte di Tarquinia una strana figura. Indossa un cappello a cono provvisto di lunghi copri guancia, veste una ruvida pelle ferina – in alcuni casi sostituita da una corta giacca a quadri colorati – e porta sul viso una maschera barbuta. Le iscrizioni lo caratterizzano come Phersu, termine che significa sostanzialmente maschera e che è all’origine del latino persona (phersu-naovvero relativo alla maschera).

La sua immagine richiama quella di un essere primordiale, quasi ferino – specie nel caso della “Tomba degli auguri” dove la giubba sembra voler evocare una pelle vaccina sommariamente conciata – che sembra collocarlo in una dimensione limitanea. Se selvaggia è la figura ancor più selvaggio è il suo spazio d’azione, un macabro gioco in cui un uomo nudo reso cieco da un sacco di pelle combatte con un bastone contro un cane di grossa taglia appositamente aizzato contro di lui. In questo gioco il Phersu svolge il doppio ruolo di pungolare il cane e di ostacolare con una lunga corda i movimenti dell’uomo che non stentiamo a credere non potesse resistere a lungo prima di venir sbranato dalla fiera.

Spesso considerato un antenato della gladiatura il gioco del Phersu appare piuttosto simile a forme di damnatio ad bestias attestate anche a Roma in pratiche di remotissima origine e verosimilmente rimontanti ad influenza etrusca (come il supplizio dei parricidi in cui ricompaiono il sacco, il cane e il bastone). La collocazione funeraria delle immagini di Phersu ricollega poi il rito a pratiche di sacrifici umani – per altro attestati in Etruria anche da altre fonti – e a quel valore vivificante del sangue versato allo spirito dei defunti che ancora accompagna la gladiatura romana in età repubblicana. Rituali che forse risalgono all’origine stessa della civiltà etrusca e di cui un’eco può forse già vedersi nella celeberrima urna dell’Olmo Bello di Bisenzio dove un prigioniero legato sembra venir condotto verso un orso tenuto alla catena.

Dopo il 500 a.C. il macabro gioco tende a scomparire probabilmente in conseguenza di una profonda trasformazione dei rituali funerari con la sostituzione dei riti più cruenti ad altri di matrice ellenica (non a caso cominciano a quest’altezza cronologica le raffigurazioni di sport di tradizione olimpica) ma questo non segna la scomparsa della figura di Phersu. Il suo ruolo infatti non pare riducibile ai rituali sacrificali ma svolge una funzione centrale nelle attività festive. Nella tomba tarquiniese del Gallo (intorno al 400 a.C.) un Phersu è raffigurato in una scena di danza con un flautista ed una danzatrice; in un bronzetto degli inizi del V a.C. (oggi a Londra) compare in funzione di acrobata mentre nella Tomba della scimmia a Chiusi (470 a.C. circa) compaiono tre figure che pur con alcune differenze rispetto agli esemplari tarquiniensi possono essere letti come tre Phersu, ad indicare una possibile moltiplicazione della figura e la sua molteplice compresenza scenica.                                                                                            La figura di Phersu appare all’origine di tutta una serie di figure comiche che da allora hanno caratterizzato la civiltà italiana, incarnando quello italum acetum spesso ferocemente satirico ricordato dalle fonti romane. Tratti di Phersu si ritrovano nelle maschere del fescennino la cui origine risale al mondo falisco etruschizzato e tracce si trovano ancora nell’Atellana la cui origine rimanda ancora al mondo culturale etrusco, questa volta quello campano. Interessante il titolo di una commedia di Pomponio i “Pannuceati” ovvero “Gli straccioni” il cui abito poteva ricordare quello portato da Phersu in alcune raffigurazioni. L’Atellana rappresenta il punto di incontro fra le arcaiche figure del proto teatro etrusco e gli archetipi di quello che sarà il teatro comico moderno con figure come il mimus albus vestito di bianco (Pulcinella?) e ilmimus centunculus con abiti rattoppati e destinato a prender bastonate (Arlecchino?).

Phersu appare quindi una figura complessa in cui convivono tratti contradditori e non riducibile semplicemente al crudele rituale che lo vede principalmente protagonista, rituale per altro non riducibile semplicisticamente ad una macabra esibizione di ferocia. Phersu sembra muoversi sul crinale che sempre separa festa e tragedia, riso e orrore incarnando – ed in questo esorcizzando – le ancestrali paure umane verso l’ignoto della morte. Esso sembra porsi fra le possibili origini di una tradizione che ha attraversato i secoli passando attraverso le esperienze del teatro popolare latino per giungere alla Commedia dell’arte e alle sue figure esemplari destinate a influenzare più o meno direttamente una componente essenziale dell’identità delle genti d’Italia.

 

DALLA PIANA DI PERSEPOLI EMERGE UNA TORRE DI CIRO IL GRANDE

Una spedizione archeologica irano-italiana porta alla luce i resti di una costruzione di stampo mesopotamico eretta dopo la conquista di Babilonia costruita dall’imperatore Ciro il Grande.   La missione archeologica che coinvolge l’Università di Bologna e l’Università di Shiraz, sta portando alla luce i resti di un edificio assolutamente unico nella regione: una “torre” a pianta rettangolare dall’impronta fortemente babilonese.All’inizio era soltanto un muro, anche se fin da subito alcuni dettagli erano sembrati insoliti.Giunta al terzo anno di scavi nella zona di Tol-e Ajori, a pochi chilometri dalla cittadella imperiale di Persepoli, la missione irano-italiana ha ormai raccolto abbastanza elementi per poter tracciare le prime conclusioni sul suo lavoro e avanzare ipotesi sui resti venuti alla luce. “Quelli che stanno emergendo – spiega l’archeologo dell’Alma Mater Pierfrancesco Callieri, che dirige lo scavo assieme al collega iraniano Alireza Askari Chaverdi – sono i resti di un edificio assolutamente unico nella regione. Una possente costruzione a pianta rettangolare, di circa quaranta metri per trenta, alta in origine almeno una ventina di metri, che svettava su tutta l’area circostante. Con ogni probabilità si trattava di un monumento con funzione simbolico-cerimoniale”. Il periodo di riferimento storico e’ quello successivo alla conquista di Babilonia da parte di Ciro il Grande, avvenuta nel 539 a.C.             “Si tratta di un monumento costruito integralmente in mattoni crudi e mattoni cotti e con rivestimento esterno in mattoni invetriati e in parte decorati a rilievo. Questi ultimi compongono pannelli raffiguranti animali fantastici, principalmente il toro e il drago-serpente, che ripetono con incredibile precisione analoghi pannelli presenti sulla famosa Porta di Ishtar di Babilonia, costruita circa mezzo secolo prima della conquista persiana”.                                    A proposito della demolizione del monumento le prime analisi condotte indicherebbero una fine violenta che, se le verifiche cronologiche lo confermeranno, si potrebbe attribuire all’azione politica di Serse, devoto agli insegnamenti del profeta Zarathuštra e dedito alla distruzione dei luoghi di culto.

TARQUINIA, TOMBA ETRUSCA INTATTA. “RESTI DI UN PRINCIPE CHIUSI DA 2.600 ANNI”

Una scoperta eccezionale è stata fatta dagli archeologi dell’Università di Torino e della Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale: una tomba risalente al VI secolo a.C. è stata infatti aperta nella necropoli etrusca della Doganaccia a Tarquinia risultando miracolosamente intatta dopo 2600 anni. Al suo interno gli scienziati hanno ritrovato vari oggetti, alcuni dei quali in oro, e le ossa appartenenti a un principe.

“La camera della tomba a tumulo – dice Alessandro Mandolesi, docente di Etruscologia e antichità italiche all’università di Torino, che ha seguito in prima persona gli scavi – è intatta. Si tratta di una famiglia di rango, poiché si trova al fianco del tumulo principale”. All’interno, ceramiche etrusco-corinte a impasto, oggetti di ornamento, fibule, suppellettili. “Ma la grande sorpresa è stata l’integrità del monumento”.

“Le deposizioni – spiega la soprintendente Russo– forse sono due, perché ci sono due banchine, una più larga l’altra più stretta. Probabilmente si tratta di una coppia, anche considerando gli oggetti: la punta di una lancia in ferro è maschile, le fibule, altri oggetti e un cofanetto sono invece femminili”. Il tumulo è adiacente a quello della regina, “quindi è chiara la volontà di far risaltare il legame, anche se questo è più tardo. La cosa più eclatante però sta nell’unguentario trovato ancora appeso a un chiodo dopo 2600 anni”.   Si tratta di qualcosa di rarissimo: in altre sono state rinvenute delle ghirlande. La chiameremo tomba dell’aryballos sospeso”. Soddisfatto anche il sindaco di Tarquinia, Mauro Mazzola. “Ancora una volta una grande scoperta a Tarquinia – commenta – nella via dei principi alla Doganaccia. Siamo orgogliosi, continueremo a sostenere i lavori: per noi questo ritrovamento e’ fonte di sviluppo turistico, culturale ed economico”.