Archivio mensile:marzo 2014

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Scoperta tomba sumera vicino a Nasiriyah

Il sepolcro del “piccolo principe”,del terzo millennio a.C.,dal corredo funerario di inestimabile valore,è stato riportato alla luce  da un team di quattro archeologi dell’università La Sapienza,guidati dal assiriologo  Franco d’Agostino:è la prima missione autorizzata dopo le guerre del golfo. Il tesoro è riemerso nel sito di Abu Tbeirah, un’area di 42 ettari a circa una ventina di chilometri dalla città caldea di Ur, a sud-ovest di Nasiriyah, nell’Iraq meridionale. Nel cuore, cioè, della regione dove si è sviluppata la cultura sumerica nel corso del III millennio avanti Cristo. È in questa sepoltura che abbiamo trovato alcuni oggetti assai rivelatori: oltre a quattro vasi in bronzo, di cui uno a forma di barca, sono stati portati alla luce un pugnale in bronzo e un singolare elemento di toeletta, forse un pulisci orecchie, anch’esso di bronzo  –  racconta Franco D’Agostino – La ricchezza del corredo è poi ulteriormente evidenziata da tre perle in cornalina provenienti dalla Valle dell’Indo e risalenti anch’esse alla medesima epoca”. La “Tomba del Piccolo Principe” è la straordinaria scoperta che spicca all’interno di una serie di sepolture rinvenute nel corso della campagna italiana: tutte hanno la particolarità di corrispondere perfettamente sia con le tipologie di tombe dello stesso periodo scoperte nel cosiddetto Cimitero reale di Ur, sia con tombe portate alla luce a Nippur, importante città religiosa situata a circa duecento chilometri a nord di Abu Tbeirah. Lo scenario che si delinea e’ quello di un importate insediamento del III millennio a.C. quando in Mesopotamia si affermo’ il primo impero ‘universale’ nella storia dell’umanita’ guidato da un unico sovrano (all’incirca nel 2450-2350 a.C.). A questa conclusione i ricercatori sono giunti grazie al ritrovamento di un centinaio di coppette di ceramica (elemento datante fondamentale) e di vari oggetti in bronzo.

City of Heracleion lost civilization ancient

Heracleion,riemerge dagli abissi del Mediterraneo dopo 1200 anni

Heracleion,per gli antichi greci, Thonis per gli antichi egizi,è stata ritrovata a 30 metri sotto il livello del mare ad Abukir vicino ad Alessandria,da un gruppo di archeologi dello IEASM (European Institute for Underwater Acheology) guidati dal Proff.Franck Goddio. Dopo ricerche geofisiche durate più di quattro anni e tredici anni di scavi tuttora in corso,stanno lentamente rivelandosi tutti i misteri della città scomparsa. L’incredibile scoperta,come spesso accade,è stata del tutto fortuita,nel duemila,Goddio infatti era alla ricerca di alcune navi da guerra di Napoleone,affondate dall’ammiraglio britannico Horatio Nelson durante la battaglia del 1798,quando si è imbattuto nelle rovine della città sommersa.Non c’è niente di più intirigante di un mistero che riemerge dagli abissi del passato:Heracleion conosciuta con il nome di Thonis,era una ricca città dell’antico Egitto,florido porto commerciale che prendeva il nome dal personaggio mitologico di Ercole,nota fin dal dodicesimo secolo a.C.,è diventata famosa durante l’epoca dei faraoni per poi inabissarsi,forse a causa di un terremoto o di un’inondazione. A riprova della grandezza economica della città e del suo porto ci sono i ritrovamenti fatti sul fondale,che ha conservato intatti reperti di straordinaria bellezza :64 relitti di antiche navi,700 ancoraggi,monete d’oro,pesi di piombo alcuni da Atene(mai trovati prima in un sito egiziano),stele giganti con iscrizioni in greco antico e egiziano,ma nei fondali sono stati rinvenuti anche manufatti religiosi e una scultura in pietra di 16 piedi,e ancora stele e tavolette,lampade ad olio,gioielli,decine di sarcofagi con i corpi mummificati di animali sacrificati al dio Amun-Gereb. Per centinaia di anni si è pensato fosse soltanto una leggenda, poi, nel 2000, la grande scoperta: l’antica città di Heracleion è lì, nascosta nelle profondità marine della baia di Abukir, sul Delta del Nilo. E da allora, altre scoperte. Un’équipe di archeologi subacquei, guidati da Franck Goddio, fa riemergere una moltitudine di oggetti preziosi, fra monete d’oro e statue colossali. «È la più grande scoperta archeologica del XXI secolo», afferma Goddio; la città, sommersa oltre 1.200 anni fa, è fra le testimonianze meglio conservate della cultura egizia. L’evento è eccezionale, sia per la possibilità di studiare, con nuovi elementi, quella civiltà, sia per le ottime condizioni in cui sono conservati i reperti. In particolare, le statue della dea egizia Iside, del dio Hapi e di un faraone della XXVI dinastia, non ancora identificato e trovato vicino al Tempio di Amon. La ricerca è soltanto all’inizio,  spiega Goddio, «probabilmente dovremo continuare a lavorare per i prossimi 200 anni perché Thonis-Heracleion possa essere pienamente scoperta e compresa».  Il ritrovamento di Heracleion ha alimentato la speranza e la fantasia di coloro che si interrogano sul destino di altre civiltà un tempo floride poi sparite nel nulla,la vicenda ci racconta la magia del Mediterraneo e rinforza la speranza per il ritrovamento  della civiltà di Atlantide,ma non è certo l’unica.

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Nuove scoperte in Egitto, la tomba del birraio Khonso Im-Eb.

Ancora una volta, l’Egitto è teatro di una sorprendente  scoperta: il 3 gennaio 2014 un gruppo di archeologi giapponesi ha riportato alla luce la tomba di un mastro birraio dell’antico Egitto. Si chiamava Khonso Em Heb, ed è vissuto sotto la XIX Dinastia, quella di Ramesse, al potere circa 3.200 anni fa. Il recupero  della splendida tomba è annunciato dal ministro delle Antichità egizie Zahi Hawass, Un team di archeologi giapponesi ha trovato nella necropoli tebana di El Khokha il sepolcro ben conservato di un antico produttore di birra, le cui vivaci decorazioni raffigurano scene di vita quotidiana e rituali religiosi.L’area è quella di Luxor, città del sud del Paese celebre per i suoi templi faraonici lungo il Nilo e per le sue necropoli, dei Re ,i ricercatori giapponesi hanno trovato l’entrata della tomba mentre ripulivano un cortile appartenente a un dignitario della diciottesima dinastia sotto il regno di Amenhotep III.Le pareti della tomba ritraggono il birraio reale in scene di vita quotidiana mentre offre libagioni agli dei Osiride e Anubi  circondato da moglie e figlia,e da rappresentazioni di pratiche rituali.Nell’Antico Egitto la birra era sacra: il “vino d’orzo” veniva offerto agli dei ed era anche monopolio di Stato. Il faraone Ramesse II venne chiamato “faraone birraio” per le regole che emanò al riguardo. La birra diventò così importante che fu coniato un nuovo geroglifico per indicare proprio il mastro birraio.

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Scoperta basilica-paleocristiana-a Torino sotto la sede della Lavazza

Incredibile,negli scavi per il nuovo quartier generale della Lavazza,un ritrovamento che ha rischiato di fermare i lavori,i resti di una basilica paleocristiana.Dopo mesi di trattative tra il comune di Torino ,la Sovrintendenza dei Beni Archeologici,e la Lavazza si è travata una soluzione per non fermare il cantiere e per conservare e valorizzare al meglio la scoperta,i reperti della basilica, emersi durante gli scavi,prevede di renderli accessibili al pubblico a lavori ultimati e sarà inaugurata la nuova sede Lavazza.
“Si tratta di un ritrovamento eccezionale per Torino, rinvenuto oltre tutto a 800 metri dal centro della città”, dice la sovrintendente Egle Micheletto. La parte più antica è una necropoli che risale al III secondo secolo dopo Cristo, mentre nel IV nella stessa area si sono edificati piccoli mausolei dedicati a personaggi già cristiani: su uno di questi si è eretta poi la basilica paleocristinata “scoperta” ora tra via Ancona e corso Palermo, che doveva ospitare le sepolture più importanti. “A Torino c’è poca documentazione su quell’epoca e sono pochi i ritrovamenti di resti paleocristiani  –  sottolinea la sovrintendente Micheletto  –  questo è il terzo nucleo di quel periodo riscontrato a Torino. Gli altri sono il complesso dei tre edifici religiosi nell’area del Duomo e quello delle chiese dedicate ai santi Solutore, Avventore e Ottavio, nell’area della Cittadella”.

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Nella grotta di Wonderwerk scoperti resti del primo fuoco

Una nuova scoperta rimette in discussione l’inizio dell’era del fuoco che sarebbe iniziata molto prima di quanto fino ad ora stimato,a dimostrarlo sono le ceneri e i frammenti di ossa  di animali ritrovati a Wonderwerk Cave in Sudafrica. La singolare scoperta è stata fatta da un gruppo di ricercatori internazionali guidato da Michael Chazan dell’università di Toronto.  Finora gli antropologi eran in disaccordo sull’inizio dell’accensione del primo fuoco per cuocere del cibo o per scaldarsi,ma le tracce scoperte in Sudafrica nella caverna di Wonderwerk insieme a frammenti di ossa carbonizzate,ai resti di vegetali inceneriti e resti di strumenti in pietra,dimostrano che gli antenati dell’uomo usavano il fuoco e sapevano controllarlo ben 300.000 anni prima di quanto fin’ora sostenuto. I resti scoperti nella grotta sono stati analizzati con la tecnica della microspettroscopia a infrarossi e le analisi mostrano che i materiali sembrano essere stati bruciati sul posto anziché essere stati trasportati nella caverna dal vento o dall’acqua.La brace ottenuta bruciando erbe, ramoscelli e foglie potrebbe essere stata utilizzata per cuocere il cibo, probabilmente carne, come suggeriscono i resti delle ossa trovati nelle vicinanze  ventilerebbero anche l’ipotesi che l’Homo erectus, avrebbe seguito una dieta con cibi cotti, prima del Neanderthals o dell’ Homo sapiens!

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Ritrovati fossili di Ardipithecus Kadabba

Il 12 luglio 2001 gli scienziati Yohannes Haile-Selassie e Giday WoldeGabriel dell’Università  della California Berkeley annunciano dalle pagine della rivista Nature di aver trovato dei resti fossili di Ardipithecus Kadabba che sono fra i più antichi mai ritrovati: sono datati quasi 6 milioni di anni fa. Ardipithecus Kadabba mostra la postura eretta e la dimensione di un odierno scimpanze; possiede lunghi canini usati probabilmente per combattere. Kadabba significa nella lingua Afar “antenato primordiale”. Ardipithecus kadabba secondo alcune deduzioni poteva avere una camminata bipede, restando nettamente idoneo all’arrampicata e quindi alla sosta sugli alberi. La corporatura è stimata come quella di un moderno scimpanzé.Si pensa che Ardipithecus kadabba sia una sottospecie di Ardipithecus ramidus.

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Chiesa bizantina trovata a Hirbet Madras (forse tomba del profeta Zaccaria)

A Hirbet Madras durante gli scavi fatti dalla Israel Antiquities Authority,sono tornate alla luce una chiesa e uno splendido pavimento a mosaico,secondo il parere di vari studiosi potrebbe trattarsi della residenza e della tomba del profeta Zaccaria.La chiesa si trova sulle colline della Giudea a Horbat Midras, il sito di una grande e importante comunità ebraica di epoca romana, distrutta nel corso della rivolta di Bar Kokhba nel 135 d.C. All’inizio si pensava che potesse essere una sinagoga,ulteriori scavi hanno rivelato pietre con inciso croci,dunque una chiesa.     Amir Ganor, direttore degli scavi insieme a Alon Klein, fa sapere che l’edificio, costruito come una basilica, fu attivo tra il V e il VII secolo d.C.La chiesa era stata edificata sopra un’altra costruzione di 500 anni più antica, di epoca romana, quando cioè – secondo gli studiosi – l’insediamento era abitato dagli ebrei.
Sotto a tale struttura, ancora più in profondità, vi è una rete di tunnel tagliata nella roccia che forse venne usata dagli ebrei per combattere i romani nel II secolo d.C. Qui gli archeologi hanno trovato monete della prima guerra giudaica (66-70 d.C.) e della terza (132-135 d.C.), oltre a vari altri manufatti in pietra e ceramica.
Dei gradini di pietra conducono inoltre a una piccola grotta funeraria, che gli esperti suggeriscono poter essere stata venerata come il luogo di sepoltura di Zaccaria.    La chiesa sarà visibile solo per un’altra settimana: gli archeologi la ricopriranno ancora con la terra per proteggerla, prima di riprendere in futuro i lavori.

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Sotto l’Arena spuntano scheletri – Uno è di una ragazza, dell’alto Medioevo

Durante i lavori per l’installazione di una cabina elettrica all’Arena di Verona, è emerso durante gli scavi  un pezzo di storia veronese,nell’arcovolo 58 dell’Arena è venuto alla luce uno scheletro femminile di circa 18 anni e dei crani. Come riferisce Brunella Bruno, della Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto che sta svolgendo l’indagine con propri professionisti, finanziata dal Comune, i resti della sepoltura trovati sotto terra farebbero risalire il reperto a un cimitero dell’alto Medioevo, fra VII e IX secolo. Gli scavi negli arcovoli 59 e 60 avevano infatti già riportato alla luce stratificazioni di rifiuti, e poi sotto la pavimentazione reperti di grande importanza storica, fra cui un sesterzio dell’imperatore Claudio,che hanno consentito di datare la costruzione dell’Arena negli anni 41 e 42 dopo Cristo, confermando che il monumento fu eretto prima del Colosseo di Roma. I reperti recuperati confermano l’orizzonte altomedievale delle sepolture», riferisce l’archeologa Brunella Bruno. «In particolare, una tipologia di anfora per il vino, bizantina, molto rara in Italia settentrionale e caratteristica di ambienti dal punto di vista sociale ed economico, parrebbe denotare individui di un certo rango». Per la Soprintendenza la presenza di sepolture nei monumenti e nelle strutture pubbliche in disuso, fra età tardo-antica e alto Medioevo, è un fenomeno ormai ben noto in numerosi centri urbani e nella stessa Verona. «Basti pensare», dice la Bruno, «alle sepolture impiantatesi alla metà del IV secolo nell’area del Teatro Romano e in molti altri siti. L’occupazione funeraria, in questo arco di tempo, caratterizzò anche altri anfiteatri, tra cui il Colosseo».

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I resti di uno tzompantli a Città del Messico

Durante i lavori di ampliamento della metropolitana a Città del Messico ha consentito il ritrovamento di numerose sepolture,statue e altri ritrovamenti.Ciò che però ha catturato l’attenzione degli archeologi sono stati quattro teschi orientati a sud-ovest formavano chiaramente parte di uno tzompantli, una sorta di intelaiatura in legno usata per l’esposizione pubblica di teschi umani, normalmente quelli di prigionieri di guerra o di vittime sacrificali.  I   reperti sono stati datati al tardo periodo post classico (1350-1521 d.C.). Stranamente, uno dei teschi apparteneva a un canide, qualcosa mai ritrovato prima in relazione a questo tipo di altare. I cani erano spesso associati ai riti funerari dato che erano soliti accompagnare il morto sulla via del mondo ultraterreno. “Sappiamo che durante la conquista venivano posti in queste strutture i teschi dei cavalli, ma non quelli dei cani”, dice l’archeologa María de Jesús Sánchez riferendosi ai resoconti dei conquistadores spagnoli. “Ci mancano informazioni, e forse da qualche parte i cani erano associati a questi santuari e non ne abbiamo trovati. Attualmente ci sono solo due tzompantli conosciuti a città del Messico, a Tlatelolco e al Templo Mayor”.

Uno dei teschi apparteneva una donna tra i 18 e i 22 anni, mentre i maschi avevano uno tra i 25 ai 35 anni e l’altro intorno ai 35. Tutti i teschi avevano un buco nella tempia: da lì sarebbero stati impalati con un bastone di legno, che tuttavia a un certo punto venne rimosso lasciandoli solo come offerte in quell’area.

Il cranio della donna è significativo. I segni di una deformazione cranica indicano che facesse parte di una élite, e i tzompantli venivano utilizzati principalmente per mostrare le teste dei prigionieri come trofei di guerra.

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Arezzo- Dalla fortezza spunta una Domus romana

Dalla Fortezza riemerge un edificio residenziale  di età romana con pareti dipinte e piani pavimentali musivi. Durante dei controlli che la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana sta conducendo nell’area della Fortezza Medicea nell’ambito dell’intervento di restauro e ripristino che l’amministrazione comunale ha da tempo intrapreso, nella fascia antistante il muro difensivo che raccorda il bastione del Soccorso con il bastione della Diacciaia è tornato alla luce, tra l’altro, un edificio residenziale di età romana di cui sono stati individuati per ora tre ambienti, due dei quali, parzialmente indagati, conservano resti in posto di intonaco parietale dipinto e piani pavimentali musivi. Le pareti degli ambienti descritti, conservate per circa mezzo metro di altezza, presentano uno spesso intonaco parietale dipinto: motivi di conservazione hanno fin qui suggerito di non portare completamente in vista la decorazione pittorica che presenta colori rosso, giallo, verde e bruno su fondo bianco.
I piani pavimentali rinvenuti, ascrivibili all’età augustea-giulio claudia (fine I a.C. – decenni iniziali I d.C.), che trovano confronti stringenti tra l’altro con mosaici della villa dell’Ossaia di Cortona, erano sigillati sotto livelli di abbandono e di crollo delle coperture fittili. Sopra lo strato di crollo dell’ambiente sud sono attestate frequentazioni e riusi successivi all’abbandono del sito, in particolare con la presenza della sepoltura, solo parzialmente vista, di un inumato che reca una lunga spada.